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martedì 25 novembre 2025

#Anime: La bellezza della malinconia - Perché gli anime tristi ci fanno sentire vivi

Il genere angst è quello che preferisco più in assoluto e forse è tutto nato dalla mia infanzia, quando mi piaceva vedere Cenerentola bistrattata dalle sorellastre o Biancaneve morire; ma anche seguire con attenzione le avventure di Remì, Candy, Georgie, della signorina Anne (che vale sia per Mademoiselle Anne che per Anna dai capelli rossi o ancora Là sui monti con Annette) e ritrovarmi completamente incantata quando la trama si faceva sempre più triste, angosciosa, malinconica.


Perdite, amori mai non detti o ancora peggio, come nel caso di Lady Oscar: confessati, consumati per poi essere interrotti dalla morte
Gli anni ’90, con gli anime trasmessi tra Bim Bum Bam e le reti private, mi hanno trafitto il cuore così tanto che a oggi se qualsiasi persona vuole andarsene via dalla mia vita rispondo con un’alzata di spalle e un “Eh vabbè”.


Ma se pensate che con la (quasi) piena maturità ho capito che l’angst non è sempre così bello, vi sbagliate di grosso: è ancora oggi il mio genere preferito che ricerco quotidianamente anche nei libri, film e serie tv.
Dato che non ho avuto moltissimo tempo per iniziare un nuovo anime, e dato che devo pur mandare avanti questa etichetta, parliamo oggi del perché gli anime tristi ci (mi) hanno dato così tanta sete di vita.
  
Secondo Susan J. Napier, per anni professoressa di letteratura e cultura giapponese all’Università del Texas, ora docente del Japanese Program alla Tufts University, gli anime giapponesi non sono semplici cartoni animati, ma questo lo sapevamo già. Per rimanere nel tema del giorno, la Napier sostiene che il fulcro dell’animazione giapponese è quello di saper creare massima empatia tra il lettore/spettatore e il personaggio, così che seguire la trama del manga o anime non sia solo un qualcosa di passivo, ma di veramente attivo. Ci si immedesima così tanto nel personaggio e nelle esperienze che fanno da trovare sempre punti di riferimento con la propria vita, non a caso il fenomeno dei cosplay nasce proprio attraverso l’animazione giapponese.
Ancora, per la Napier seguire un anime non è solo intrattenimento, ma può facilmente arrivare a darci risposte alle grandi domande della vita, proprio perché lo sviluppo dei personaggi e della storia di per sé è sempre molto complessa e ricca di riflessioni filosofiche e morali.

Non so voi, ma per me guardare anime è un vero e proprio lavoro interiore proprio perché seppur spesso i protagonisti sono cyborg, personaggi con poteri sovraumani o bambini che giocano a pallone in televisione e con stadi pieni, quello che affrontano sono problemi e considerazioni reali, sui quali ognuno di noi si ritrova quotidianamente.
Sarà che i giapponesi sono un popolo che da sempre è molto introspettivo e sa trovare facilmente un senso anche alle questioni più complicate. Il tutto per loro è esplicato nel concetto del “Mono no aware” (trad. “La sensibilità/malinconia delle cose”) dove riescono a trovare in tutta la bellezza della vita quella consapevolezza un po’ dolceamara che tutto prima o poi passa e proprio per questo bisogna apprezzare ogni cosa nel suo senso più profondo, anche il dolore. Sentimento, questo, che prima o poi passerà ecco perché bisogna entrarvi dentro completamente, senza riserve.

Ed è proprio per questo che gli anime, anche se tristi, non ci danno mai un senso di vera tristezza
La viviamo così intensamente attraverso gli occhi dei protagonisti che la facciamo nostra, la contempliamo, la comprendiamo e anche noi ci trasformiamo nella versione migliore che possiamo diventare, crescendo e imparando dagli insegnamenti che la situazione ci ha voluto donare.

Sappiamo così che l’amore va sempre dichiarato, perché non sapremo mai se mancano poche ore alla nostra morte. Comprendiamo che chi ci ostacola ha solo una grande paura che possiamo farcela. Diventiamo più sicuri di noi perché sappiamo che solo il continuo esercizio, il crederci, il classico non mollare mai anche quando tutto attorno a noi esplode può portare al maggior risultato possibile.

L’angst quindi non è solo un genere da considerare come il “mai una gioia”, ma un’opportunità di vedere dall’esterno quel dolore che abbiamo paura di affrontare all’interno.

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