Pagine

▼

Available in English

▼

Articoli Speciali

▼

Pagine

▼

venerdì 25 settembre 2026

#DivinaCommedia: Canto XXIX - Purgatorio

Continua il nostro viaggio alla scoperta della Divina Commedia dal punto di vista esoterico.


Oggi analizziamo il ventinovesimo canto del Purgatorio. Sarò onesta con voi: in questo canto c’è poco di nascosto, per lo più sono chiare immagini simboliche la cui spiegazione la potete trovare ovunque, sia su Google che su qualsiasi testo scolastico. Ma dato che non sarebbe giusto, per un’ossessiva compulsiva come me, saltare un canto, ve lo ritrovate lo stesso.

Al solito, vi ricordiamo che analizziamo il canto solo ed esclusivamente dal punto di vista esoterico, comparandolo con quello che è stato ed è il nostro cammino spirituale. Questi articoli, insomma, servono solo come spunti di riflessione su noi stessi, dove ogni protagonista che incontriamo è una nostra parte.
  
Cantando come donna innamorata,
continüò col fin di sue parole:
‘
Beati quorum tecta sunt peccata!’.

E come ninfe che si givan sole
per le salvatiche ombre, disïando
qual di veder, qual di fuggir lo sole,

allor si mosse contra ’l fiume, andando
su per la riva; e io pari di lei,
picciol passo con picciol seguitando.

Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,
quando le ripe igualmente dier volta,
per modo ch’a levante mi rendei.

Né ancor fu così nostra via molta,
quando la donna tutta a me si torse,
dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».

Ed ecco un lustro sùbito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.

Ma perché ’l balenar, come vien, resta,
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.

E una melodia dolce correva
per l’aere luminoso; onde buon zelo
mi fé riprender l’ardimento d’Eva,

che là dove ubidia la terra e ’l cielo,
femmina, sola e pur testé formata,
non sofferse di star sotto alcun velo;

sotto ’l qual se divota fosse stata,
avrei quelle ineffabili delizie
sentite prima e più lunga fïata.

Mentr’io m’andava tra tante primizie
de l’etterno piacer tutto sospeso,
e disïoso ancora a più letizie,

dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,
ci si fé l’aere sotto i verdi rami;
e ’l dolce suon per canti era già inteso.

O sacrosante Vergini, se fami,
freddi o vigilie mai per voi soffersi,
cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.

Or convien che Elicona per me versi,
e Uranìe m’aiuti col suo coro
forti cose a pensar mettere in versi.

Poco più oltre, sette alberi d’oro
falsava nel parere il lungo tratto
del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;

ma quand’i’ fui sì presso di lor fatto,
che l’obietto comun, che ’l senso inganna,
non perdea per distanza alcun suo atto,

la virtù ch’a ragion discorso ammanna,
sì com’elli eran candelabri apprese,
e ne le voci del cantare ’
Osanna’.

Di sopra fiammeggiava il bello arnese
più chiaro assai che luna per sereno
di mezza notte nel suo mezzo mese.

Io mi rivolsi d’ammirazion pieno
al buon Virgilio, ed esso mi rispuose
con vista carca di stupor non meno.

Indi rendei l’aspetto a l’alte cose
che si movieno incontr’a noi sì tardi,
che foran vinte da novelle spose.

Immagine creata con ChatGPT
Metelda
continua a cantare altri salmi, come “Beati coloro i cui peccati sono stati coperti” e Dante cammina insieme a lei, restando sempre dall’altra parte del fiume. Entrambi vanno verso la corrente contraria dello scorrere dell’acqua e sembrano come due linee parallele che procedono allo stesso ritmo e verso la stessa parte.

Improvvisamente compare una luce, che Dante scambia per un fulmine. Ma quando nota che il suo bagliore continua per molto più che qualche secondo, capisce che non è, così si chiede cosa sia. Subito dopo si sente una dolce melodia. Dante è estasiato da tutto ciò: il giardino pieno di delizie abbondanti, la luce, la melodia… il tutto sembra così impossibile da immaginare per la nostra mente umana, che il Poeta chiede l’aiuto delle due Muse: Elicona e Urania per poter descrivere al meglio la scena.
A quel punto Dante si accorge dell’immagine di sette candelabri – che in precedenza scambia per alberi d’oro – e capisce che la melodia altro non è che l’Osanna. Questi candelabri lasciano una scia così lucente che Dante e Virgilio si guardano meravigliati.

Il salmo dei Beati coloro… ricorda che quando chiediamo perdono per i nostri peccati, questi cessano del tutto di esistere.
Le due muse citate, Elicona e Urania, secondo la mitologia greca erano le divinità protettrici delle arti e delle scienze. La prima ispirava la poetica, la seconda l’astronomia. Così grazie all’aiuto delle due dee Dante può meglio mettere per iscritto ciò che ha visto, cercando di comprenderlo meglio, soprattutto dal punto di vista teologico.
I sette candelabri rappresentano i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio.

La donna mi sgridò: «Perché pur ardi
sì ne l’affetto de le vive luci,
e ciò che vien di retro a lor non guardi?».

Genti vid’io allor, come a lor duci,
venire appresso, vestite di bianco;
e tal candor di qua già mai non fuci.

L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,
e rendea me la mia sinistra costa,
s’io riguardava in lei, come specchio anco.

Quand’io da la mia riva ebbi tal posta,
che solo il fiume mi facea distante,
per veder meglio ai passi diedi sosta,

e vidi le fiammelle andar davante,
lasciando dietro a sé l’aere dipinto,
e di tratti pennelli avean sembiante;

sì che lì sopra rimanea distinto
di sette liste, tutte in quei colori
onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.

Questi ostendali in dietro eran maggiori
che la mia vista; e, quanto a mio avviso,
diece passi distavan quei di fori.

Sotto così bel ciel com’io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.

Tutti cantavan: “
Benedicta tue
ne le figlie d’Adamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!”.

Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette
a rimpetto di me da l’altra sponda
libere fuor da quelle genti elette,

sì come luce luce in ciel seconda,
vennero appresso lor quattro animali,
coronati ciascun di verde fronda.

Ognuno era pennuto di sei ali;
le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,
se fosser vivi, sarebber cotali.

A descriver lor forme più non spargo
rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,
tanto ch’a questa non posso esser largo;

ma leggi Ezechïel, che li dipigne
come li vide da la fredda parte
venir con vento e con nube e con igne;

e quali i troverai ne le sue carte,
tali eran quivi, salvo ch’a le penne
Giovanni è meco e da lui si diparte.

Immagine creata con ChatGPT
A quel punto Metelda rimprovera Dante, dicendogli: “Come mai rimani fisso a guardare solo la luce dei candelabri, e non ti soffermi su quello che vi è dietro?” E qui Dante ci descrive delle figure vestite di bianco che procedono dietro i candelabri. Le figure sono vestite di un bianco così puro e luminoso che Dante mai lo ha visto in vita, tanto che quando si gira per guardare l’acqua alla sua sinistra, questa riflette l’immagine come uno specchio, tanto è tutto ricoperto da splendore.

I candelabri formano come sette strisce nell’aria sopra di loro, che ricordano un arcobaleno. Queste strisce distano da loro circa dieci passi e sotto tutto ciò vi sono ventiquattro anziani incoronati da gigli che procedono a due a due, cantando: “Benedetta sei tu tra le figlie di Adamo, e siano benedette in eterno le tue bellezze”.
A loro si sussegue una luce, e poi ancora quattro animali, ognuno incoronato da una corona di rami e foglie verdi. Hanno tutti sei ali e ogni loro piuma è ricoperta da occhi.
Dante non ci descrive le sembianze degli animali perché non ha molto tempo, vuol concentrarsi su altro e dopotutto a noi basta leggere Ezechiele che li descrive alla perfezione.

Le strisce nell’aria sono distanziate dai candelabri di dieci passi, che rappresentano i dieci comandamenti. È solo attraverso l’osservanza di tali comandamenti che lo Spirito Santo può concedere i suoi doni.

I ventiquattro anziani sono i ventiquattro libri della Bibbia, e dopo di loro ci sono i quattro animali che rappresentano i quattro Vangeli. Nella Tradizione, infatti, ogni Evangelista è associato a un animale, o creatura mistica: l’angelo per Matteo, il leone per Marco, il bue per Luca e l’aquila per Giovanni. Le corone verdi rappresentano la Speranza che i Vangeli portano all’umanità, e il messaggio che non muore mai. Le sei ali rappresentano la rapidità in cui la Parola di Dio ha raggiunto tutti gli angoli della Terra e gli occhi su ogni piuma rappresentano l’onniscienza divina: che tutto vede e conosce: il passato tramite le profezie, il presente raccontando la storia della salvezza e il futuro rivelatoci già dal destino dell’umanità.

Lo spazio dentro a lor quattro contenne
un carro, in su due rote, trïunfale,
ch’al collo d’un grifon tirato venne.

Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale
tra la mezzana e le tre e tre liste,
sì ch’a nulla, fendendo, facea male.

Tanto salivan che non eran viste;
le membra d’oro avea quant’era uccello,
e bianche l’altre, di vermiglio miste.

Non che Roma di carro così bello
rallegrasse Affricano, o vero Augusto,
ma quel del Sol saria pover con ello;

quel del Sol che, svïando, fu combusto
per l’orazion de la Terra devota,
quando fu Giove arcanamente giusto.

Tre donne in giro da la destra rota
venian danzando; l’una tanto rossa
ch’a pena fora dentro al foco nota;

l’altr’era come se le carni e l’ossa
fossero state di smeraldo fatte;
la terza parea neve testé mossa;

e or parëan da la bianca tratte,
or da la rossa; e dal canto di questa
l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.

Da la sinistra quattro facean festa,
in porpore vestite, dietro al modo
d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.

Appresso tutto il pertrattato nodo
vidi due vecchi in abito dispari,
ma pari in atto e onesto e sodo.

L’un si mostrava alcun de’ famigliari
di quel sommo Ipocràte che natura
a li animali fé ch’ell’ ha più cari;

mostrava l’altro la contraria cura
con una spada lucida e aguta,
tal che di qua dal rio mi fé paura.

Poi vidi quattro in umile paruta;
e di retro da tutti un vecchio solo
venir, dormendo, con la faccia arguta.

E questi sette col primaio stuolo
erano abitüati, ma di gigli
dintorno al capo non facëan brolo,

anzi di rose e d’altri fior vermigli;
giurato avria poco lontano aspetto
che tutti ardesser di sopra da’ cigli.

E quando il carro a me fu a rimpetto,
un tuon s’udì, e quelle genti degne
parvero aver l’andar più interdetto,

fermandosi ivi con le prime insegne.

Immagine creata con ChatGPT
A tutto ciò segue un carro grandioso, a due ruote, trainato da un grifone che tende in alto le sue ali
. Nessun carro conosciuto dalla storia può compararsi a questo. Alla destra del carro danzano tre donne: una completamente vestita di rosso, un’altra di verde e la terza di bianco. Mentre a sinistra del carro danzano quattro donne tutte vestite di rosso che seguono il ritmo di una di loro, quella che sta avanti a tutte e ha tre occhi.

Dietro tutto ciò ci sono due vecchi: uno dall’aria più saggia, quasi a ricordare un medico, l’altro sembra più irriverente, con una spada in mano che solo a guardarlo fa paura allo stesso Dante.
Dietro a loro ci sono altri quattro uomini, molto più umili e dietro un vecchio solo, con volto espressivo ma a occhi chiusi come se stesse dormendo. Tutti loro sono vestiti di bianco, con una corona di rose e fiori rossi. Da lontano sembra che tutte le loro teste vadano a fuoco.
Quando il carro passa davanti a Dante emette un rumore forte come di tuono, e poi tutta la processione si ferma, come se non potesse procedere ulteriormente.

Il carro è la Chiesa, le cui due ruote su cui si sostiene rappresentano l’Antico e il Nuovo Testamento. Alcune interpretazioni più moderne vedono nelle ruote il modo in cui si può servire Dio: tramite l’attività o la contemplazione.
Il grifone che lo guida è il Cristo che rappresenta sia la parte umana, nel leone, che quella divina, nelle ali dell’animale. Le ali, che si tendono verso l’alto senza far del male a nessuno o senza intaccare sui candelabri, rappresentano il legame tra Cielo e Terra che si può avere solo tramite la seconda figura della Trinità: il Figlio.
Le tre donne alla destra del carro rappresentano le tre virtù teologali: Carità, Speranza e Fede; le quattro donne alla sinistra, invece, rappresentano le virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza e Temperanza. Loro sono vestite di rosso perché derivano dalla Carità, che porta lo stesso colore. Quella che ha tre occhi è la Prudenza, perché solo lei sa vedere contemporaneamente attraverso il passato, il presente e il futuro: ogni esperienza passata ci porta a un insegnamento che può farci agire correttamente nel presente e aiutarci a comprendere meglio le conseguenze del nostro futuro.
I due vecchi rappresentano gli Atti degli Apostoli e le lettere di San Paolo. Il primo è raffigurato quasi come un medico sia perché San Luca – a cui sono attribuiti gli Atti – era un medico, sia perché è in quel testo che si può guarire la propria anima. Le lettere di San Paolo, invece, sono rappresentate con un vecchio che potremmo definire aggressivo, con la spada in mano sia per ricordare il martirio del Santo, sia perché effettivamente il linguaggio di Paolo era proprio così: severo, diretto, rigoroso, appassionato. Mentre quelli un po’ più umili sono le altre epistole, quelle di San Pietro, San Giacomo, San Giovanni e San Giuda.
Il vecchio ultimo e addormentato è l’Apocalisse di San Giovanni. Più che addormentato potremmo definirlo perso in una meditazione profonda, nell’estasi di vedere ciò che avverrà. Il testo dell’Apocalisse non ha nulla a che vedere con la realtà terrena, è più un qualcosa di mistico e totalmente spirituale.
Le loro teste sono ricoperte da fiori rossi sia per ricordare il loro sangue versato come martiri, sia per simboleggiare anche qui la Carità. Le loro teste sembrano andare a fuoco, a dimostrazione di come lo Spirito Santo abbia agito in loro: donando amore incondizionato con cui hanno predisposto la loro vita, e di come può agire anche su di noi.
Il tuono, invece, è simbolo di arresto ma anche di un finale che ci lascia con il fiato spezzato per quello che avverrà nel prossimo canto: finalmente incontreremo Beatrice. 

Ma questo lo vedremo il prossimo mese…

Nessun commento:

Posta un commento