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lunedì 4 maggio 2026

#Cinema&SerieTv: Il Diavolo Veste Prada 2

Non vi mentirò, non avevo grandi aspettative su questo film. Non me ne vogliate, ma i sequel di film iconici mi hanno sempre fatto storcere il naso con scetticismo e un velo di disappunto. È per questo, quindi, che quando sono uscita dalla sala cinematografica e non mi sono trovata ad essere profondamente amareggiata, anzi: l’ho immediatamente considerata come una vittoria a pieni voti.

Anche se il film in sé per sé non è promosso a pieni voti.

La pellicola, diretta da David Frankel e scritta da Aline Brosh McKenna, medesimi autori del primo iconico capitolo del 2006, vede il ritorno di praticamente tutto il cast stellare del primo film, fatta eccezione di Adrian Grenier, che nel film del 2006 interpretava Nate Cooper, fidanzato di Andy.
 
Tornano quindi Meryl Streep nelle vesti di Miranda Priestly, Anne Hathaway nei panni di Andrea "Andy" Sachs, Emily Blunt nei panni di Emily Charlton e Stanley Tucci nei panni di Nigel Kipling.
New entries di rilievo, invece, Justin Theroux nei panni di Benji, Kenneth Branagh nei panni di Stuart, nuovo marito di Miranda, Simone Ashley nei panni di Amari, Lucy Liu nei panni di Sasha, Caleb Hearon nei panni di Charlie, Helen J. Shen nei panni di Jin e B.J. Novak nei panni di Jay.

Ai costumi (senza ombra di dubbio una delle parti più attese e chiacchierate di questo film) torna Molly Rogers, che la ricordiamo anche dal primo capitolo della saga e forse, ancora di più, di Sex and the City.
In questo mi permetto di andare controcorrente, perché se l’abito patchwork di lino di Gabriela Hearst che era stato intravisto su Anne Hathaway ormai quasi un anno fa era stato considerato cheap (se può essere veramente considerato “cheap” un abito dipinto e ricamato a mano) e se l’attuale direttore creativo di Valentino Alessandro Michele ha affermato di “essere saltato dalla sedia” quando ha visto nel trailer Maryl Streep indossare un paio di iconiche Rockstud che Pierpaolo Piccioli e Maria Grazia Chiuri hanno presentato per la prima volta alla Fall/Winter 2010, io non sono rimasta particolarmente sorpresa né scontenta dalla scelta degli outfit all’interno del film. Sono perfettamente inclini alla moda di oggi, esattamente come il film del 2006 era perfettamente incline alla moda del 2006.

Ho trovato soprattutto le reference e le svariate frecciatine particolarmente azzeccate, e non nego che mi sono veramente tanto esaltata quando nel film si è parlato di utilizzo dell’intelligenza artificiale a seguito di un cosiddetto “cambio di rotta necessario” per citare e forse denunciare (sicuramente denunciare, vista l’espressione inorridita di Miranda di fronte alla questione) quanto accaduto nell’agosto 2025 quando, subito dopo il distacco di Anna Wintour da Vogue USA, sono stati mostrate delle intersezioni di Guess con una modella generata dall’AI.
Ma mentirei se dicessi che non mi sono esaltata ancora di più per i numerosi “No, Miranda, questa cosa non si può dire” ai commenti della caporedattrice di Runway, che di certo non si può dire sia mai stata particolarmente politicamente corretta. Anzi.

Le ambientazioni sono incredibili, ma ancora più incredibile e accurato è il modo in cui viene rappresentato il tritacarne che è il mondo della moda: insaziabile, snervante, nevrotico. E lo dico perché se lo sto sentendo sulla mia pelle e sono solo al primo anno di Fashion Design, posso solo immaginare quanto sia tutto questo e di più quando ci si è completamente immersi.

Ma è esattamente questo il senso della frase “Non essere ridicola Andrea. Tutti vogliono questa vita, tutti vogliono essere noi” che Miranda sputa in faccia ad Andrea alla fine del primo film. Ed è vero che crea più dipendenza di quanto tutti pensino il continuo circolo vizioso di un sistema che chiede sempre di più, prende tutto il tuo impegno, ti stanca, non ti fa dormire, poi ti fa andare in burnout, ti fa avere dei risultati e poi ricomincia a chiederti altro.
E poi, ti ritrovi a essere costantemente stanco, ma felice di esserlo e perennemente grato di fare quello che fai.
Perché come ci ripetono sempre i professori in Accademia sotto varie forme, la nostra quotidianità è il sogno di qualcun altro.

Articolo di Silvia Bruni.

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