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martedì 3 febbraio 2026

#Cinema&SerieTv: Mercy: Sotto Accusa

In un tempo dove il delitto di Garlasco fa da padrone in ogni salotto True Crime – ai quali partecipo più che volentieri – e ha portato alla luce gli errori (orrori) in cui sono incappati i vecchi inquirenti, ci sorge spontanea una domanda: “Fino a quando l’errore umano è consentito, e quando può essere chiamato depistaggio?”. E ancora, con i tempi infiniti della Giustizia e con gli errori che vengono commessi dalla stessa, nonostante i più preparati cassazionisti, - in Italia si sfiorano i mille innocenti in galera all’anno – può la natura umana accontentarsi dei propri limiti, o è il caso di far analizzare i dati fattuali anche da un’intelligenza artificiale?


Mercy: Sotto accusa”, film di Timur Beckambetov, e disponibile nelle sale italiane dal 22 gennaio 2026, ci dà in un certo senso già le risposte a queste domande, anche se non approfondisce abbastanza certe dinamiche.
  
Prodotto da Amazon MGM Studios, Atlas Entertainment e Bazelevs, con distribuzione italiana per Eagle Pictures, il film ci porta in un futuro più o meno prossimo.
Con un crescente aumento della disoccupazione e quindi della povertà e del malcontento, i reati gravi sono ai massimi livelli storici e così negli Stati Uniti si pensa a un sistema per tentare di reprimere per quanto possibile il disordine pubblico: vengono scelte delle zone rosse per ogni città, dove i criminali vengono confinati per evitare il sovraffollamento delle carceri. Ma questo non basta: servono pene certe, processi veloci e senza l’ombra del dubbio nella condanna. Così il detective Chris Raven (Chris Pratt) contribuisce alla creazione di un software in grado di poter dare una soluzione a questo problema.
Nasce Mercy: un’intelligenza artificiale dotata di ogni sapienza in fatti giuridici, criminologici, psicologici, e quanto più altro vi venga in mente per poter affrontare un processo e dare un verdetto definitivo. La delinquenza diminuisce, la gente si sente più sicura, e tutto fila liscio, fino a quando non sarà proprio lo stesso Raven e trovarsi nella morsa del Giudice spietato.
Accusato della morte della moglie Nicole Raven (Annabelle Wallis) La Giudice artificiale Maddox (Rebecca Ferguson) dovrà dare il suo verdetto scandagliando file, telecamere e testimonianze, anche dello stesso detective Raven che però avrà solo novanta minuti per dimostrare la sua innocenza.
Nel cast anche Kali Reis, Chris Sullivan e Kyle Rogers.

Come scritto nell’introduzione, viene da sé sperare che un software dotato di ogni sapere, che può accedere in ogni momento del processo ai nostri dispositivi elettronici e che può scrutare microespressioni facciali, fare deduzioni pur sempre basandosi sui fatti, sarebbe la risposta positiva alla domanda: “Ma la Giustizia è davvero uguale per tutti?” eppure, a un maggior approfondimento noi sappiamo che la verità non è mai bianca o nera, ma è sempre nella sua zona di mezzo, come può questo arrivare anche nell’algoritmo dell’Intelligenza Artificiale che difficilmente riesce a intercettare le diverse sfumature?

Ovviamente non do la risposta per evitare gli spoiler.

Non mi soffermerò sulla questione delle indagini, ma vorrei andare su un tema molto più filosofico: l’Intelligenza Artificiale non è un nemico da combattere, ma uno strumento che può permetterci di migliorare la nostra vita, così come la tecnologia ha sempre fatto. Una lavatrice è un elettrodomestico che ci risparmia sudore, fatica, calli ed escoriazioni da prodotti chimici sulle mani, ma può diventare anche un’arma del delitto se utilizzata in modo non consono. Lo stesso avviene per l’IA. Siamo noi a renderla uno strumento a nostro servizio: può aiutarci nel quotidiano, ma se la pensiamo come nostra sostituta, allora questo può scatenarsi nel male anche se è stata progettata per fare del bene. 

Pensiamo ai casi di ChatGPT e di tutte quelle persone che hanno affidato a questo software le scelte sulla propria vita, ritrovandosi poi magari senza un lavoro e dall’altra parte del mondo. A volte può andare bene, altre no; o a C.AI: un metodo di roleplay che sicuramente aiuta il divertimento perché ci si interfaccia con un’IA che è sempre a nostra disposizione e che ci porta a un gioco di ruolo con i nostri limiti e gusti, ma può diventare molto pericoloso se a giocare sono adolescenti o persone non del tutto lucide. Dare in mano a un’Intelligenza Artificiale il destino di un essere umano basandosi solo sulle proprie certezze e considerazioni nel momento dei fatti, con un tempo di soli novanta minuti per dimostrare che si sta sbagliando, senza alcun avvocato difensore è alquanto pericoloso e oserei dire ridicolo: possibile che a favor di trama nessuno abbia alzato la mano per far notare che un conto è difendersi in qualità di detective, un altro è se sul banco degli indagati siede una persona comune, magari anche senza alcuna infarinatura in materia giuridica?          

Questa è stata una grande pecca, o, forse è stato scritto così volutamente, per darti la certezza che vivere di sola IA non è una buona idea se il fine ultimo è procedere verso il benessere della società.

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